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Aureliano92
Utente di ABCsalute.it
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Buonasera,
Per diverso tempo mi è capitato di navigare tra le pagine di vari forum, siti ed enciclopedie online alla ricerca di una definizione, di un termine, un qualcosa insomma che mi permettesse di inquadrare la condizione che da anni ormai definisce la mia vita e ne pregiudica la benché minima espressività.

Non ho mai trovato nulla di concreto. Qualche analogia, forse, piccoli particolari che riconoscevo come famigliari ma niente che mi permettesse di comprendere meglio la mia situazione. Per una volta, quindi, voglio provare a ricostruire la mia esperienza nella speranza che qualcuno abbia qualche suggerimento da darmi, dividendo sommariamente in tre fasi la mia vicenda.
Voglio soltanto sottolineare che non intendo suscitare pena né fare la parte della vittima, vorrei solo provare a mettere, quanto più obiettivamente possibile, in fila gli eventi che mi hanno portato a scrivere questo post.

Prima fase
Sono nato nel 1992.
In famiglia, in seguito divenuta numerosa, non c’è mai stata una situazione particolarmente idilliaca: mio padre è sempre stato un uomo dal carattere particolare, capace di manifestazioni di rude affetto e comprensione quando non ve ne era bisogno e contemporaneamente di una discreta animosità e violenza in altri frangenti.
Il rapporto tra lui e mia madre è sempre stato conflittuale, aggressivo. Ricordo distintamente liti quotidiane in cui si arrivava ad una violenza verbale vergognosa e talvolta alle mani.
In età preadolescenziale sono iniziati a comparire i sintomi di quello che più tardi avrei, grazie a dei colloqui con uno psicologo, inquadrato come un disturbo ossessivo-compulsivo: pensieri intrusivi, ossessioni superstiziose (pronunciare, fare, pensare o non pensare, ripetere determinate cose) ossessioni aggressive, paura di poter perdere il controllo. Mi ricordo, o credo di ricordare, che tutto iniziò da pensieri come: sto respirando, non riesco a togliermi dal pensiero il fatto che io stia respirando.

Queste ossessioni, nel corso del tempo, sono diventate abbastanza invalidanti.
Mi capitava di passare diverse ore del giorno, o della notte, a ripetere frasi o concetti che avrebbero scongiurato l’ipotetica disgrazia, l’ipotetica perdita di controllo, l’avverarsi ecc. Contemporaneamente, molto tempo era dedicato a dialoghi interiori e riflessioni rassicuranti per cercare di “razionalizzare” e arginare il problema.

Nel frattempo, o forse prima, diventava un’abitudine una pratica che io non so se collegare al disturbo ossessivo-compulsivo o ad altre ragioni indipendenti: quella di esercitare una sorta di pressione mentale, spesso contraendo i pugni o sfregando le dita delle mani tra loro, mentre mi impegnavo in qualche attività ludico- immaginativa. Questa pratica mi provocava un grande piacere, credo perché fungesse come una valvola di sfogo per l’ansia e la tensione accumulatesi. Con pressione mentale intendo proprio una tensione, come digrignare i denti, solo fatto con la mente (so che è ridicola come cosa, purtroppo accadeva).

Debbo riportare un evento che è a mio avviso singolare: ricordo che una volta, di fronte ad una critica al mio aspetto, mi sentii come trascinare fuori dal corpo per percepirlo, legato ad esso ma con una nuova prospettiva, sgradevole e goffo.


Seconda fase
Nel corso degli anni i pensieri intrusivi più irrazionali lasciarono posto ad una condizione più subdola, riassumibile in una sorta di paradosso: devo pensare di non pensare. Il tentativo di ignorare gli ipotetici pensieri intrusivi che sarebbero occorsi e la consapevolezza di non poter immergermi nel flusso normale della vita, perché restava sempre latente quella menomazione, diventavano essi stessi l’ossessione.
Gran parte della mia giornata si consumava quindi nell’inesauribile scontro dove la mia mente restava in allerta di possibili pensieri intrusivi e, contemporaneamente, continuava ad elaborare trucchi mentali per ignorare tali pensieri intrusivi e superare questa condizione di perenne stallo.
Un esempio pratico: sono in metro, e sto ascoltando la musica. Sono consapevole che non potrò abbandonarmi all’ascolto, perché rimane sempre presente la mia condizione. Allora devo cercare di riuscire a smettere di pensare a qualsiasi cosa, reprimendo qualsiasi pensiero venga alla luce. Il tentativo di reprimere ogni pensiero e di abbandonarmi al flusso normale della vita, condito dalla persistenza di reali pensieri e immagini intrusive, diventa un paradosso, perché continua a rendere viva la tensione, la consapevolezza della mia condizione, e ad alimentare la comparsa di ulteriori pensieri intrusivi che a loro volta dovranno essere repressi.

Continuava intanto l’abitudine della “pressione mentale”, solo espunta dai tratti più infantili: esercitavo questa tensione immaginando scenari positivamente alternativi e, riguardo a quella soddisfazione citata, è come se gradualmente andasse a sostituire il normale piacere ricavabile dalla vita. È come se, non essendo in grado di vivere normalmente, impegnassi la mia mente in questo sforzo che riusciva ad emulare una sensazione di appagamento, nonostante provocasse una seria sensazione di dolore alla testa e di confusione nei pensieri.

Parallelamente, continuava sempre di più la divaricazione tra la vita “interna” e quella esterna. Il continuo rimuginare e combattere contro la propria mente rendeva sempre più opaca la vita che intanto mi scorreva intorno.
Non da trascurare la forte timidezza e la sensazione di profonda inadeguatezza che provavo/provo. Aldilà della difficoltà a stabilire relazioni personali, sentivo una fortissima ansia e disagio anche nelle situazioni più disparate.
Ero solito “vedermi” dall’esterno, essere ipersensibile ad ogni singolo movimento maldestro, ogni intonazione sbagliata, a vedermi come se fossi uno spettatore esterno per monitorare il mio comportamento.

Terza fase
Entro, gradualmente, nello stadio che persiste ancora oggi.
Vi è una perenne sensazione di “depersonalizzazione”. Non so se il termine è esatto, ma definirei così la mia situazione.
Mi sento come separato rispetto al mio corpo e alla realtà. Non al punto di credere che il mio corpo si muova da solo, ma come se ne fossi distaccato, sia fisicamente che mentalmente, come se giocassi ad un videogioco in prima persona, quelli dove si vedono solo le braccia del personaggio.

Non meno rilevante la questione della tensione mentale. È come se fosse ormai sempre presente una generale sensazione di pressione, che accompagna ogni istante del mio tempo. Ormai è come se avesse sostituito il timore dei pensieri intrusivi, perché è essa stessa la spia costante che mi impedisce, come dicevo prima, di abbandonarmi alla vita e alla “veracità” dei pensieri normali.
Anche nelle attività più semplici, è come se dovessi svolgere un’azione passando per due filtri: provando a leggere un testo, ad esempio, è come se percepissi me stesso che leggo e contemporaneamente questa sensazione di pressione, che acuisce il distacco dal mio “io”.

E devo, nonostante tutto, come esercitare con più forza quella “pressione mentale” per leggere, o osservare, o sentire quello che mi circonda. Non riesco, anzi, non mi ricordo più come attingerlo “normalmente”.
È quotidianamente presente un forte malditesta che si accentua quando provo a svolgere attività che richiedo concentrazione.
Permane inoltre quella forte sensazione di inadeguatezza, che si acuisce quando mi trovo con altre persone che non conosco, ad esempio in strada. Immediatamente si accentua la sensazione di depersonalizzazione, e mi sento come sotto i riflettori, mentre provo a non commettere errori con un corpo che sento estraneo.

Ultima precisazione
So che il primo suggerimento potrebbe essere quello di recarsi da uno psicologo.
Volevo solo dire che mi sono recato da due diversi psicologi nel corso del tempo, di cui il secondo per quasi un anno, ma non è servito a nulla.
Conclusioni a cui ero arrivato benissimo da solo, farmaci che avevano come unico effetto quello di annebbiare i sensi, domande di circostanza. Non intendo assolutamente criticare la categoria, dico solo che personalmente a me l’esperienza non è servita a nulla, anzi.

Grazie per l’attenzione. Non avrei saputo riassumerlo più brevemente.
 
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