Il consenso del paziente e la responsabilità del medico nella giurisprudenza

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Il rapporto tra medico e paziente è disciplinato, oltre che dalle norme previste dal codice civile e da quello penale, dal nuovo codice della deontologia medica, ed in particolare dagli artt. 33, 34 e 35 di quest’ultimo.

L’art. 33 prescrive un obbligo di idonea informazione sulla diagnosi, le prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche.
Conseguentemente, secondo quanto prescritto dall’art. 35 “il medico non deve intraprendere attività diagnostica/terapeutica senza l’acquisizione del consenso esplicito ed informato del paziente”. Il consenso è espresso di regola in forma scritta e documentata.
In caso di documentato rifiuto di persona capace, il medico deve desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, secondo quanto prescritto ancora dal’art. 35 del Cod. deont., non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona.
Solo in relazione al paziente incapace, il medico deve intervenire in scienza e coscienza, evitando ogni accanimento terapeutico, tenendo conto delle precedenti volontà del paziente.
In ossequio al dettato dell’art. 32 della Costituzione secondo cui “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, non potendo violare la legge in nessun caso i limiti imposti al rispetto della persona”, la migliore dottrina ha sempre ritenuto il consenso del paziente quale fondamento primo di liceità di ogni trattamento medico e chirurgico.
A tale assioma si è conformata anche la giurisprudenza civile e penale, ribadendo il dovere del medico all’informazione e al consenso, tranne il caso di situazioni estreme ed urgenti (stato di necessità) in cui il paziente non fosse in grado di esprimere una volontà cosciente.
Una volta esaurito il processo di acquisizione del consenso, la prestazione medica deve essere eseguita secondo le regole dell’arte.

 

1. Il dissenso del paziente e la responsabilità del medico

La giurisprudenza in materia è ancora oscillante non essendosi formato un indirizzo unitario al riguardo, in una materia che evidentemente non può non risentire del mutamento del costume sociale.
Il Pretore di Roma nel 1977 nell’assolvere dei medici che non avevano praticato una trasfusione di sangue, rispettando la consapevole volontà di un testimone di Geova, così scriveva “ non rispondono del delitto di omicidio colposo, perché il fatto non sussiste, i medici di un ospedale pubblico che, avendo in cura un testimone di Geova gravemente anemizzato a causa di un incidente stradale, non praticavano al paziente le trasfusioni necessarie per conservarlo in vita, al fine di rispettare la volontà del ricoverato contraria , per motivi di fede religiosa, a tale terapia; una volontà non superabile , in quanto le trasfusioni di sangue non sono ricomprese tra i trattamenti sanitari obbligatori previsti dalla legge.”.
Tale orientamento è viceversa contrastato dalla giurisprudenza che afferma l’obbligo del medico di intervenire contro il dissenso del paziente, quando esiste un pericolo di vita, potendo comunque invocare la scriminante dello stato di necessità dell’art. 54 c.p. ; al riguardo la Sez. IV^ della Suprema Corte con sentenza n. 36159 del 2001 , Ciccarelli- afferma: “ in tema di colpa medica, posto che il dissenso espresso dal paziente ad un determinato agire del chirurgo sulla sua persona può essere superato solo in presenza di un imminente pericolo di morte o di altro irreparabile evento dannoso di comparabile gravità (dandosi luogo altrimenti alla configurabilità di illeciti penali quali la violenza privata, le lesioni volontarie, e in caso di morte l’omicidio preterintenzionale) deve escludersi che possa addebitarsi al medico chirurgo , a fronte dell’esplicito rifiuto del paziente di sottoporsi, in vista dell’effettuazione di un già concordato intervento chirurgico, ad un determinato tipo di anestesia , ritenuto invece dallo stesso sanitario come il più appropriato, di non aver fatto ricorso a pratiche ipno-analgesiche volte a ridurre o ad annullare la capacità di autodeterminazione del paziente stesso, onde sottoporlo ugualmente al suddetto tipo di anestesia, preferendo invece - avuto riguarxdo all’oggettiva necessità e urgenza dell’intervento- effettuare il diverso tipo di anestesia , meno indicato ma non assolutamente sconsigliato, richiesto dal paziente, successivamente deceduto per complicanze ritenute riconducibili all’uso del farmaco impiegato”.

 

2. la responsabilità del medico: i danni risarcibili ed il c.d. “rischio consentito”.

Impregiudicata ogni questione circa la responsabilità penale del medico, a titolo di lesioni colpose, rimane aperto il profilo dei danni risarcibili al paziente.
Il paziente, abbia esso agito in sede civile, o piuttosto si sia costituito parte civile nel processo penale, avrà diritto a tutti i danni che siano conseguenza della condotta del medico nella misura, tuttavia, in cui questi fossero prevedibili.
La Cassazione al riguardo (sez. IV^ 02.03.2007 n. 19354) ha statuito che “ il medico risponde per colpa, solo dei danni prevedibili, ma prevedibili mediante l’osservanza delle leges artis, e non di quelli prevedibili verificatisi, però nonostante la fedele osservanza delle regole tecniche, trattandosi, in questo caso, di rischio consentito che l’ordinamento si è accollato nello stesso momento in cui autorizza l’attività rischiosa……la valutazione del limite di tale rischio resta affidata al potere discrezionale del giudice il quale dovrà tenere conto che la prevedibilità e la prevenibilità vanno determinate in concreto, avendo presente tutte le circostanze in cui il soggetto si trova ad operare ed in base al parametro relativistico dell’agente dell’homo ejusdem condicionis et professionis, parametro che, specialmente nella professione medica, è variegato, dovendo tenersi conto delle specializzazioni e del livello di conoscenze raggiunte nelle varie specializzazioni, sicchè se l’agente- imputato- è un medico che ha una specializzazione e la condotta- azione od omissione- contestatagli ha a che fare con quella specializzazione, la responsabilità da rischio non consentito dovrà essere valutata avuto riguardo ai rischi che le conoscenze certe, raggiunte in quel determinato settore, consentono e, pertanto impongono di evitare”.

Online dal: 10/12/2009



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Ultima modifica: 27/03/2013
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